Primo episodio di IO METALLAVO, TU METALLI, EGLI METAL.
In questa puntata: Come cambiare le pile del telecomando in modo metal!!!
La qualità del video è penosa perchè sono povero, se mi volete donare migliaia di euro per una giusta causa, vi ringrazierò! XD A parte, questo video è fatto per chi ha senso dell’umorismo, evitate commenti flamerosi che ci fate la figura dei n00b! E forza il metal \m/
Pubblicato un’altro dei video con relativo file di testo che Fabio aveva preparato nel periodo di dicembre 2006.
Partire con l’idea di recensire un album come questo, può voler dire cercare ad esempio di catalogare in un genere l’intera produzione dei Prodigy, cosa piuttosto difficile se non impossibile. Descrivere un album del genere è forse pressocchè inutile, dato che i Verdena, più che un gruppo che fa musica d’accompagnamento ai testi, opta principalmente a creare sonorità dove la voce è uno strumento come un altro, se non addirittura di minore importanza rispetto al resto dei suoni. Per tanto spiegare i suoni, quella precisa atmosfera che in due secondi muta e diventa altro poco dopo, per mutare ancora è impossibile a farsi a parole. Quello che segue quindi, è solo quello che con la mia misera conoscenza musicale sono riuscita malamente a trasportare in parole.
Fabio aveva (come me) tutti e tre gli album precedenti, recensire questo cd che non potrà mai ascoltare vuole essergli un ulteriore omaggio.
Prima di iniziare, descriverei velocemente il mio background personale nei confronti dei Verdena. Ho, come da foto, tutti gli album e ne vado fiera, e ritengo che il loro successo intramontabile rimarrà “Solo un grande sasso“. Le atmosfere intimiste, malinconiche, decadenti e a volte tetre che quell’album sprigiona sono una delle perle italiane che tutto il mondo dovrebbe imparare a conoscere. Sempre per i miei gusti, in classifica segue in ordine; il loro primo cd omonimo, “Requiem” e infine il terzo album “Il Suicidio dei Samurai“.
Ho comprato questo Requiem a scatola chiusa, senza procurarmelo precedentemente per vie traverse, e ne sono rimasta piacevolmente soddisfatta. Ora sicuramente lo ricomprerei, se non l’avessi ancora acquistato.
Per tanto, il fan dei Verdena, che li ha seguiti fino al “suicidio” accoglierà a braccia aperte questo disco che, di primo acchito appare piuttosto sperimentale, per poi mostrarsi familiare con il resto della discografia a parte la 2° e 10° traccia.
Prima di iniziare, una piccola premessa: io detesto gli intermezzi! E’ piu’ forte di me, ma da anni mi capitava di comprare album, vedendo sul retro 12 traccie e sperando che almeno 50 minuti durasse, visto il prezzo che andavo a pagare, e invece c’erano intro, outro e intermezzi di lunghezza ridottissima, che tradivano la mia speranza iniziale per spogliare alla fine un album che proprio per culo superava i 35 minuti… In questo caso però, il trio sforna un album da 62minuti con assicurati 60 minuti di melodia. L’ho pagato 13,50 euro. Un album con un rapporto qualità, durata e prezzo davvero ottimo, per cui davvero, ne consiglio l’acquisto a chi i Verdena già li apprezzava. Per chi gli ignora, preferisco indirizzarli su “Solo un grande sasso”.
Si inizia!
Marti in the sky - 00:24
Un’intro, senza niente di particolare, per fortuna così corto che non c’è neanche da sforzarsi di premere il tasto per saltare la traccia.
Don Calisto - 03:02
Un pezzo dal suono molto metal-rock, che lascia sorpresi e che ci lascia con un quesito “Ma che avrann fatto in quest’album?“. La voce di Alberto è l’unica cosa che rende più “verdena” la canzone, e un filo di distorsione negli ultimi secondi.
Non prendere l’ACME, Eugenio - 06:04
Finalmente il suono “tipico” dei Verdena riaffiora, soprattutto dalla prima vetta della canzone da 01:16 in poi. Le parti del “lo merito… lo merito…” molto cadenzate sono indubbiamente una sonorità amica. A metà c’è una risalita, segue una sezione strumentale e poi una lunga distorsione, i piatti di Luca ben evidenti e le immancabili liriche “particolari”.
Angie - 03:43
Una lenta ballata, molto piacevole, impreziosita dal canto trascinato, ritornello più energico e aumento di tono e velocità verso il finale con parlato registrato al contrario. Una bella ballata in crescendo, davvero una bella traccia.
Aha - 01:06
Assolo di percussioni per tutta la lunghezza della traccia. Molto tribale.
Isacco nucleare - 04:17
Fin dai primi istanti si ha l’impressione di un bel pezzo distorto e a 50 secondi dall’avvio viene voglia di vedere il trio in azione sul palco. Chitarra bella rumorosa e batteria dal ritmo chiaro e molto cadenzato. Ritornello molto elettronico e carico. Una delle traccie più energiche del cd.
Canos - 03:43
C’è un qualcosa dell’inizio che mi riporta a quelle atmosfere particolari che creavano i Radiohead, e quella malinconia da “Solo un grande sasso” ma con l’energia per tuffarsi e riemmergersi in questa atmosfera.
Il gulliver - 11:53
Personalmente, la traccia più bella dell’intero album. Inizio classico, poi dopo il primo minuto basso e chitarra corrono veloci su una batteria più lenta a confronto, ottimo mix, che continua a risalire portando tutti e tre sullo stesso ritmo potente, urli di Alberto e poi subito discesa, di nuovo quelle atmosfere di calma apparente che mi fanno amare alla follia questa band, risata e risalita, distorsioni e ancora il ritornello, stupendo, e fine della prima parte con la classicità dell’inizio; il brano sembra interrompersi (in macchina al primo ascolto, saltai la traccia a questo punto, convinta stesse terminando) e invece continua con la voce di Alberto che sembra precipitare. Un’atmosfera di penombra ci accompagna fino al ritorno delle liriche a 7:40, il brano continua senza l’aggressività dell’inizio, per poi avere un picco attorno alla metà del nono minuto, fino ad una risalita e di nuovo il ritornello nell’ultimo minuto. Sicuramente un brano da tenere sempre in scaletta ai concerti!
Faro - 00:46
Ennesimo intermezzo, una chitarra solista e una lunga vocale viaggiano per tutti i secondi della traccia.
Muori Delay - 02:41
Il secondo schiaffo in faccia dell’album assieme a Don Calisto. La voce di Alberto diventa irriconoscibile, un incrocio tra l’acuto e il rauco che potrebbe ricordare gli ACDC o un Axl Rose. Il pezzo ha un qualcosa del desert-rock (come ad esempio i Queens of the Stone Age), riportando la voce normale solo nel ritornello. Un pezzo dalle sonorità inedite negli album precedenti. Brano tutto sommato piacevole ma sicuramente anomalo nella discografia.
Trovami un modo semplice per uscirne - 03:33
Seconda ballata dell’album. Molto molto piacevole, un brano sempreverde e sicuramente la traccia più solare del cd, con una seconda metà leggermente più cupa. Quando pensavo a questa mia recensione, mi misi a ridere per quanto avrei scritto ora: a partire da 30 secondi dall’inizio della canzone, la voce di Alberto, mi ricorda in un modo incredibile, quella di un altro Alberto, Camerini (si, quello di Rock ‘n’ Roll Robot per intenderci). Se non lo conoscete, provate ad assimilare, non il genere, ma le cadenze della voce di Camerini con la canzone, ad esempio de “Il ristorante di Ricciolina”. Per quanto il paragone sia azzardato, non posso fare a meno di associare questi due cantanti all’inizio di questa undicesima traccia di Requiem.
Opanopono - 01:49
Quarto e lungo intermezzo dell’album, suoni dalla basse tonalità senza note particolari.
Il caos strisciante - 04:35
Il titolo è azzeccatissimo, sessioni prima lente con un cantato comprensibile, poi decadenti, poi distorte per poi ricominciare. Un caos di atmosfere tecnicamente ordinato, ottimo pezzo e dalla durata perfetta: catteristica a volte sottovalutata.
Was? - 2:05
Il brano più distorto dell’album, batteria sempre in evidenza, urlo e cantato composto da solo 4 strofe. Peccato per la brevità del pezzo, un altro minuto con distorsioni di questo genere sarebbe stato un contentino per molti. Comunque ottimo modo per salutare l’ascoltatore verso il bis.
Sotto prescrizione del dott. Huxley - 12:37
Un bis da 12 minuti, lento e malinconico, sempre mutevole con ritornello in crescendo, pausa verso la fine della prima metà e poi ritornare con lo stile iniziale, per poi di nuovo oltrepassare la metà del brano con un “vivi nell’aria” energico e cadere al termine di questo, in un nuovo momento di calma, accompagnati, per quello che le mie orecchie ignoranti possono riconoscere, da un contrabasso, forse uno xilofono e il basso di Roberta, per poi fermarsi e dare inizio negli ultimi due minuti dell’album ad una registrazione al contrario (che mi riprometto prima o poi di riavvolgere e ascoltare) di un qualche tipo di coro, dal sapore clericale, anche se così rivoltata, ricorda danze indigene attorno al fuoco, il tutto mischiato assieme a rumori di motore e cicale.
La terra promessa di Fabio era la stessa terra che gli ha dato i natali, ovvero il Kanto, e più largamente il Giappone. Era ironico come la fobia del volo lo colse all’età di 7 anni età quando per fare un piccolo tragitto verso Lugano in aereo si sentì male.
Così approffittando del suo amore verso questa terra d’oriente, ecco qui un mio tributo a quello che, vanesio com’era, gli sarebbe piaciuto fosse vero: la banconota da 1000 yen con il suo faccione!
Ti auguriamo di riuscire ora a girare il mondo, per tutta l’infinità del tempo! Elisa